L’ultimo giro del signor Mario
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maxinespotty.
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maxinespotty
ParticipantMi chiamo Mario, ho sessantacinque anni e da tre sono pensionato. Facevo l’elettricista. Ora passo le giornate tra il divano, il giornale e il gatto. Si chiama Nino, è rosso, e mi guarda come se sapesse qualcosa che io non so. Mia moglie è morta due anni fa. Da allora la casa è diventata grande. Troppo grande. I miei figli vengono a trovarmi la domenica, quando possono. Il resto della settimana sono io, Nino, e il rumore della televisione accesa senza nessuno che la guardi.
L’altra sera non riuscivo a dormire. Mi sono alzato, ho messo su una tisana, mi sono seduto in poltrona. Nino ronfava sul cuscino. Fuori c’era la luna piena. Ho preso il telefono – quello che mi ha regalato mio nipote, che ogni tanto mi dice “nonno, impara a usarlo” – e ho iniziato a guardare le notizie. Dopo un po’ mi sono annoiato.
Per caso ho aperto un vecchio messaggio. Era di un amico che non vedo da mesi, Gianni. Lui mi aveva scritto: “Mario, provalo. Ti distrai. Ma non esagerare, eh.” C’era un link. Non ci avevo mai fatto caso. Quella notte, con la luna piena e la tisana che si raffreddava, ho cliccato.
Si è aperta una pagina colorata. Luci, scritte luminose, tante immagini. Non ci capivo molto, ma l’aspetto era pulito. Ho letto il nome in alto: vavada online casino. Mi è sembrato di averlo già sentito, forse in una pubblicità. Ho pensato: “Mario, sei vecchio per queste cose.” Ma poi ho pensato anche: “Che male c’è? Tanto non dormi comunque.”
Mi sono registrato. Ci ho messo un po’, perché le mie dita non sono più quelle di una volta. Ma alla fine ce l’ho fatta. Nome, email, password. Fatto. Non avevo mai giocato d’azzardo in vita mia. Nemmeno una schedina. Non ci ho mai creduto. Ma quella sera, chissà perché, volevo provare.
Sulla mia carta c’erano cinquanta euro. La pensione. Ne ho spostati venti. “Se li perdo, amen. Nino mangerà umido di meno la prox settimana.”
Non sapevo da che parte iniziare. C’erano slot, giochi da tavolo, una roulette. Non mi piaceva la roulette, troppo veloce. Ho scelto una slot con un tema classico. Frutta, sette, campanelle. Roba da vecchi, come piace a me. Puntate bassissime, dieci centesimi. Volevo durare, non diventare ricco.
Ho iniziato a giocare. Nino si è svegliato, mi ha guardato, poi si è riaddormentato. Il telefono illuminava la poltrona. I primi giri non succedeva niente. Perdevo piano. Venti diventati diciassette, poi quindici, poi tredici. “Ecco,” ho pensato, “l’ennesima fregatura per vecchi rimbambiti.”
Poi, all’improvviso, lo schermo ha iniziato a brillare.
Una luce dorata, calda come il sole di maggio. La musica è cambiata, è diventata allegra, quasi orecchiabile. I rulli si sono fermati. Sette rosse, tutte allineate. Roba che non vedevo dai tempi delle vecchie slot da bar. Il conto è passato da tredici euro a settantotto.
Settantotto euro.
Ho posato il telefono sul tavolino. Ho preso la tisana ormai fredda. L’ho bevuta tutta d’un fiato. Ho guardato Nino. Lui ha sbadigliato. Ho riguardato il telefono. I numeri erano lì. Non scherzavano.
“Ritira,” mi sono detto. “Fallo adesso, Mario.”
E invece no. Ho continuato. Non so perché. Forse perché non mi divertivo così da quando mia moglie era viva. Ho abbassato le puntate, ho giocato piano. Altri dieci minuti. Il saldo è salito a novantatré, poi è sceso a ottantotto, poi è risalito a centoquattordici.
Mi sono fermato. Ho premuto incassa. Centoquattordici euro. Sulla mia carta. Insomma, novantaquattro euro netti, considerando i venti che avevo caricato.
Non ci potevo credere. Ero lì, in poltrona, con la tisana finita e il gatto che russava, e avevo appena guadagnato più della mia pensione di un giorno. Il giorno dopo ho preso i soldi e ho fatto una cosa semplice. Sono andato dal fioraio. Ho comprato un mazzo di rose rosse – quelle che piacevano a mia moglie – e le ho portate al cimitero. Non lo facevo da mesi. Non avevo mai voglia. Quella volta sì.
Mi sono seduto sulla panchina accanto alla sua tomba. Ho posato le rose. Ho parlato un po’ con lei. Le ho raccontato di quella notte, del telefono, del vavada online casino. Le ho detto: “Vedi, Lina? Anche a me capita qualcosa di bello, ogni tanto.” Il vento muoveva le rose. Forse era un segno.
Nei giorni successivi ho riaperto il sito un paio di volte. Una volta ho vinto quaranta euro, ho incassato subito. Un’altra volta ho perso venti euro in dieci minuti, ho chiuso e non ci ho pensato più. Ho capito subito la regola: non inseguire mai. Mai.
Ora ogni tanto, quando Nino ronfa e la notte è tranquilla, apro vavada online casino. Gioco dieci minuti, non di più. Uso sempre la stessa cifra: venti euro. Se vinco, incasso e spendo qualcosa per i miei figli o per le rose di Lina. Se perdo, pazienza. Tanto la pensione arriva lo stesso.
Non è diventato un vizio. È diventato un piccolo rito. Un modo per sentirmi ancora vivo, ancora capace di stupirmi, ancora connesso con il mondo dei vivi. Perché dopo una certa età, sai, la vita diventa un lungo corridoio. E ogni tanto hai bisogno di una porta che si apre all’improvviso.
L’altra domenica è venuto mio figlio. Mi ha visto più sorridente del solito. “Papà, hai qualcosa da raccontarmi?” Ho sorriso. “Niente di speciale,” ho detto. “Solo che tua madre ha avuto delle belle rose.” Non ha capito. Ma va bene così.
Io lo so. E Lina pure. E forse anche Nino, chissà.
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